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Mario Donizetti
"Avarice"

L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
[avarizia - gola - lussuria]
(Purg. XVII, 136-137)
"Or ti puote apparer quant'è nascosa
la veritate alla gente ch'avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa,
però che forse appar la sua matera
sempre esser buona; ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera".
(Purg. XVIII, 34-39)

 Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca nella sua magrezza,
e molte genti fe' già viver grame,
(Inf. I, 49-51)

Così scendemmo nella quarta lacca,
pigliando più della dolente ripa
che 'l mal dell'universo tutto insacca.
(Inf. VII, 16-18)

Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci
sì della mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l'abbaia
quando vegnono a' due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
Questi fur cherci [chierici], che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio".
(Inf. VII, 40-48)

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
quale ella sia, parole non ci appulcro,
(Inf. VII, 58-60)

Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
(Purg. XIX, 70-72)

"Fino a quel punto misera e partita
da Dio anima fui, del tutto avara:
or, come vedi, qui ne son punita [Adriano V].
Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
in purgazion dell'anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.
Sì come l'occhio nostro non s'aderse
in alto, fisso alle cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.
Come avarizia spense a ciascun bene
lo nostro amore, onde operar perdèsi,
così giustizia qui stretti ne tene,
ne' piedi e nelle man legati e presi;
e quanto fia piacer del giusto sire,
tanto staremo immobili e distesi".
(Purg. XIX, 112-126)

Maledetta sie tu, antica lupa,
che più di tutte l'altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
(Purg. XX, 10-12)

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia ch'a' il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura della propria carne?
(Purg. XX, 82-84)

Noi repetiam Pigmalìon allotta,
cui traditore e ladro e parricida
fece la voglia sua dell'oro ghiotta;
(Purg. XX, 103-105)

work

A cold white light illuminates the tragic twilight from below.

Avarice, the she-wolf who "molte genti fe' già viver grame" (made many people live wretchedly) tightly clasps the bag of her treasure to her breast making a pillow of it. Hand and face contracted into a continuous and terrible grimacing effort of possession. She sits on an even larger bag in precarious balance, almost clutching it between her legs, not realising she is crushing a faceless corpse, the apocalyptic emblem of the poverty of others, the ultimate wreck washed up to her by the vast ocean of hunger which devours thousands of skeletal, pot-bellied men, women and children every day. The air seems to echo with their endless wails.

Like a "lupa... carca nella sua magrezza" (she-wolf ... burdened by its thinness) or "usura che offende la divina bontade" (usury that offends divine benevolence), the woman clutches her treasure, anxious not to lose it but to make it grow, so the shadow clutches at her body and strips the flesh off her shapes. The angled and bowed glance cannot see. It is blinded - as Cyprian wrote - by a thick deep fog of avarice which deprives her of any splendour of truth. Her face is impassive. Her long slim body is exaggeratedly thin; her long, thin legs, sinewy like her foot, with only its tip resting on the ground.

It is all too easy to see in the two large bags a reference to those rocks which in Hell the miserly people push with their breasts, looked down on by Dante with cold disdain, reduced as they are to pure matter in movement having hidden their souls in matter itself.

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