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Giovanni Bonaldi
Canti delle salite
Canti delle salite: del fare arte e del pregare Sara Fontana (L'Adige, Trento - 31 luglio 1994)

Interiorità, religiosità e risonanza cosmica: elementi così immateriali e incorporei sono i fondamenti di queste ultime opere di Giovanni Bonaldi, esito di un lavoro meditato a lungo, sviluppato in costruzioni solide e in una rigorosa strutturazione dello spazio.

Opere intense e complesse ci regalano la possibilità di un confronto con la nostra interiorità e un percorso magico, attraverso ritmi cadenzati e pacati, verso una condizione di serenità e conoscenza.

La mostra assume sfumature didattiche, pur conservando doti di leggerezza e rapidità. È infatti ben visibile il cammino percorso da Bonaldi: dall'incisione al libro al disegno fino alle cinque opere recenti, che armonizzano pittura e scultura, ma anche disegno e scrittura.

L'importanza del segno per Bonaldi non è nuova, dai grandi disegni a carbone dove la sua mano si muove libera e generosa, tracciando figure surreali e simboli misteriosi, al filo armonico che diviene strumento al servizio del segno, quel segno sottile ma plastico con cui l'artista conferisce tridimensionalità perfino alle carte.

L'origine diretta di queste ultime opere risale all'autunno scorso, alle incisioni realizzate da Bonaldi per il libro Amore di carta. Un titolo concepito da Alda Merini per comunicare l'essenza di un sentimento forte, che può soltanto vivere in un sogno o essere divorato dal fuoco. Della Merini sono anche le poesie che accompagnano le immagini: "Nuvole di pianto/ sono le mie parole/ un brivido di canto/ il silenzio del tuo respiro". Dove l'evocazione del silenzio riporta a una riflessione ma pure a un inevitabile interrogativo. E ancora: "Hai seminato il bene/ nel mio occhio scoperto/ e come dentro/ la conchiglia fossile/ hai messo il tuo seme d'erba". Qui l'introspezione che guida l'analisi dell'amore richiama una dimensione di religiosità, la ricerca del divino dentro e fuori di noi, in tutte le sue forme.

Ma per ritrovare l'origine remota e profonda di questo ultimo lavoro di Bonaldi è necessario spingersi più indietro, quasi all'inizio del suo percorso artistico. Fin da allora l'amore per le cose e per gli oggetti, caricati in seguito di valori simbolici, lo spinse a cercare un rapporto attivo con lo spazio. In quegli anni agivano ancora la lezione di Lucio Del Pezzo, che raccomandava la costruzione dell'opera muovendo da una manualità artigianale, più o meno dichiarata, e l'esempio di Gianni Colombo, che sollecitava l'artista a sviluppare il concetto di anamorfosi e a ipotizzare uno spazio logico e mentale, in grado di contenere e pilotare le spinte centrifughe espressionistiche della pittura. Già allora la strutturazione dell'opera seguiva una tensione irresistibile verso la terza dimensione: la tela sagomata era trafitta da chiodi e percorsa da fili, impelleva la necessità di un contatto materico e di uno spessore.

Nel corso degli anni un lavoro costante e paziente ha liberato Bonaldi dall'attaccamento agli oggetti, quelli rappresentati e quelli reali, poi gli ha fatto scoprire la simbologia pregnante delle lettere ebraiche - che inizialmente lo avevano attratto per la loro forma - e infine lo ha condotto gradualmente a sperimentare nuove tecniche. E l'artista è così giunto all'essenza dell'uomo, un obiettivo cui in realtà aveva sempre aspirato, prima intervenendo sui rotoli coi tracciati degli elettrocardiogrammi, poi attraverso gli ammassi informi e grumosi di creta. Due elementi sempre dialoganti con contenitori geometrici lignei, che da neutri si sono fatti rossi, neri e dorati. E in questo caso il contenuto è dato anche da una simbologia ebraica concreta.

Finalmente, nelle ultime opere, il processo di purificazione si è compiuto e ha raggiunto una maturazione che merita di essere riconosciuta.

Qualcuno vorrebbe leggervi una rottura rispetto alla ricerca di poco precedente, centrata sulla scultura piuttosto che sulla pittura. Se però si confronta il lavoro di ieri con quello di oggi, vi si scorge una continuità e direi quasi una dipendenza, al di là di sensibili cambiamenti: si è accentuato il registro spirituale e immateriale, ai colori perentori dei voluminosi contenitori di un tempo - ma quello spazio era necessario per racchiudere contrappunti, tetragrammi e concerti - è subentrato un trionfo di bianchi, di blu e di ori, mentre i tocchi di rosso sono circoscritti a puntini, letteralmente, emblemi della presenza dell'amore divino che scende dall'alto.

Canti delle salite si intitolano questi lavori recenti, con un richiamo ai canti recitati nella Bibbia da chi è in difficoltà.

Sono preghiere espresse in una dimensione diretta, fondate sulla ripetizione di concetti, implorazioni e suppliche, pronunciate con minime varianti. Una reiterazione che Bonaldi traspone nell'universo della creazione artistica: ecco allora la presenza costante dell'azzurro nelle sue infinite tonalità ed ecco alcune ricorrenze all'interno di questi "teatrini" della preghiera: il cotone rimanda al sogno, la retina sta per la coscienza, un piccolo e quasi impercettibile arcobaleno diviene simbolo dell'alleanza fra Dio e l'uomo. Una condizione, questa, che secondo Bonaldi accompagna tutte le situazioni, anche quando l'uomo non crede: "La fede è qualcosa di innato. A me serve per andare avanti, ad altri servono altre cose. Comunque, c'è sempre un bene che è interiore. Perciò nel mio lavoro l'uomo è spogliato di tutto".

Una ricerca, quella di Bonaldi, totalmente fondata sull'interiorità e giunta in queste ultime opere alla consapevolezza del bisogno insopprimibile per l'uomo di ritrovare la propria dimensione, maschile o femminile, per poter capire il proprio percorso e raggiungere un equilibrio interiore. Ciò spiega la presenza frequente delle lettere ebraiche, un mondo autonomo e affascinante che ha arricchito la poetica di Bonaldi e gli è stato utile nel processo di depurazione intrapreso in quest'ultima fase del suo lavoro. L'artista conserva le lettere ebraiche e altre presenze - la Bibbia, il libro aperto su un Salmo, il filo armonico e la figura umana - riservando però un immenso spazio vuoto a un immaginario giardino dell'Eden. Entro questo spazio colloca la figura, investendola di una tensione verticale che in alcuni casi l'assimila a una fiamma.

Ed è proprio la rappresentazione della figura a subire il mutamento più sensibile: prima Bonaldi si accaniva sulla disintegrazione organica del capo, modellando la creta rossa e facendola percorrere dal filo armonico, ora ricompone l'immagine umana, anche grazie alle lettere ebraiche, e dipinge ad acrilico una figura intera. In passato, nelle stanze di Bonaldi si diffondeva la vibrazione provocata da un concerto di suoni primordiali, emessi da singole opere-strumento azionate da Dio all'inizio della creazione. Qui, dove la creazione è già avvenuta, la musicalità è affidata al fondo, all'ampiezza di uno spazio che favorisce l'eco del suono, un'armoniosa sonorità amplificata. Se prima la figura era evocata in termini più astratti, ora assume fattezze più dichiarate, ma al tempo stesso diviene un'immagine di luce. È grazie alla pittura che Bonaldi ha potuto esprimere compiutamente questo processo, dipingendo un campo che dal blu intenso fluisce verso il grigio e il bianco e recitando un canto che dalla fisicità della terra ascende alla spiritualità del cielo.

Anche i simboli ricorrenti sono quelli di un tempo e come allora sono tradotti in immagini plastiche: l'uovo, la costellazione, le lettere ebraiche, il libro. A volte l'immagine è velata - la retina posta davanti al nautilus e appena percepibile - altre volte ostenta una fisicità materica che contrasta con l'impalcatura tridimensionale di forte pulizia formale. E la ripetizione ossessiva del modulo "contenitore-contenuti simbolici", vivificato dal discorso musicale, dagli elementi dell'ebraismo e dalla figura, diventa per Bonaldi una forma di preghiera.

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