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Guglielmo Clivati
I segni della memoria, la memoria del segno
I segni della memoria, la memoria del segno Silvia Chiesa
 

Il percorso artistico di Guglielmo Clivati si configura in primo luogo come un'attenta riflessione sugli elementi archetipi della pittura, riletti nella loro grammatica basilare: il segno, il colore, la materia, il gesto. Esplorando l'universo della significazione (intesa, in ambito semiotico, come campo dell'attribuzione del senso), l'artista sposta il proprio ed il nostro sguardo sui mezzi e sulle forme della comunicazione artistica, procedendo solo in un secondo momento ad un'azione di "rinomina" e riconoscimento di quanto dipinto sulla tela. È come se la materia emergesse da un magma primigenio e fecondo e si configurasse poi in una sorta di scrittura cifrata grazie all'intervento del gesto sul colore. Graffiate, contorte in piccole e grandi trame, scrostate in modo tale che la superficie lasci intravedere le tracce di una sedimentazione precedente, le opere di Clivati diventano testimonianza di un passaggio, di un retaggio storico che il gesto imprime sulla tela. Segno di un'appropriazione che avviene però in senso contrario, affermandosi in negativo: siamo infatti di fronte, parafrasando quanto Michelangelo indicava per la scultura, ad una pittura "per via di levare", nella quale il colore di base è continuamente sottratto, spostato, diminuito, variato fino a sparire in alcuni punti. Si tratta quasi di una materia "negata", che serve da campo libero per sperimentazioni alchemiche da parte dell'artista. Si vedano ad esempio le nebulose scure e contorte di "Erlebnis 1 e 2" (con riferimento alla filosofia tedesca), che, partendo da un'immersione nell'esperienza e nella realtà della consistenza concreta delle cose, si spostano poi nella rarefazione di una trama sempre più incorporea. Con leggere "Variazioni", con pochi colori ricorrenti, con una gestualità marcata e liberatoria, le opere sembrano smaterializzarsi in pulviscolo atmosferico o prendere forma in vortici che trascinano "Verso l'alto". In fondo, il guerriero protagonista di molti di questi dipinti potrebbe essere l'artista stesso, ripreso nel tentativo di creare un ordine dal disordine, un linguaggio dalla materia informe, un senso dalla memoria che emerge dal profondo senza coscienza di sé, in maniera fisica ed istintiva. È una memoria che diventa "simulacro", che acquisisce significato all'interno di uno schema stilistico, che diventa per l'appunto "segno", conservando una sfera cronologica ambigua: testimonianza di un passato, ma non semplice ricordo, essa tenta piuttosto di assumere una valenza atemporale.

L'operazione intellettuale che pare di poter intuire dal lavoro di Clivati è quella di un progressivo allontanarsi dalla natura ontologica delle cose (cioè dalla loro vita reale e pulsante come oggetti e materia esistente), per portare il fruitore ad una riflessione sull'organizzazione conoscitiva, noetica, sottesa al ruolo dell'artista. Per tale motivo le sue opere possono sì configurarsi come traduzione della memoria in segno ("I segni della memoria"), ma anche, e forse in maniera più calzante, come volontà dell'artista di affermare il proprio dominio poetico e stilistico sugli impulsi creativi. "Memoria del segno" quindi, come centralità del gesto operato sulla tela ed azione istintiva che viene recuperata da una dimensione di interiorità. Anche per la pittura infatti sembra valere una riflessione del filosofo e matematico russo Pavel Florenskij: "Qui come nelle altre questioni metafisiche il punto di partenza è ciò che già sappiamo dentro di noi".

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