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Mario Donizetti
"Gola"

Io sono al terzo cerchio, della piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'È nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l'aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sopra la gente che quivi È sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spiriti, scuoia e disquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani:
(Inf. VI, 7-19)

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa della gola,
come tu vedi, alla pioggia mi fiacco.
(Inf. VI, 52-54)

Nelli occhi era ciascuna oscura e cava,
pallida nella faccia, e tanto scema,
che dall'ossa la pelle s'informava:
(Purg. XXIII, 22-24)

Paren l'occhiaie anella sanza gemme:
(Purg. XXIII, 31)

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltre misura,
in fame e 'n sete qui si rifà santa.
(Purg. XXIII, 64-66)

Vidi gente sott'esso [pomo] alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde
quasi bramosi fantolini e vani,
che pregano e 'l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor desio e nol nasconde.
(Purg. XXIV, 106-111)

opera

Ormai sazia la Gola vive come sospesa nell'aria azzurra, ebbra di cibo e di vino, l'uno palesemente rappresentato dalla pentola vuota nella quale affonda avida la mano, l'altro dal lungo tralcio della vite sul quale il pittore ha voluto adagiare la donna. Il volto felicemente ebete, cieco e sordo ad ogni persona e cosa circostante, solo preoccupato della sua perenne voglia di cibo. "Il tempo della gola - scrive Donizetti nei suoi dialoghi - è senza successione di fatti, è il fatto che succede dalla bocca al piloro". Sul volto dell'altra donna l'ansia. L'ansia di mangiare a sua volta, ma anche l'ansia del nostro tempo, che spesso trova nel cibo il suo tranquillante e, insieme, la causa di nuova ansietà in un circolo vizioso che ottenebra la mente e appesantisce il corpo. Modernissima la rappresentazione allegorica della Gola che nelle due donne raffigura non solo il peccato di gola, ma anche una delle sue possibili cause psicologiche, così conflittuali e contraddittorie nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo da alternare talvolta la bulimia all'eccesso opposto dell'anoressia.

Gola, Avarizia, Lussuria, tre vizi capitali cresciuti dalla stessa radice del troppo amore per i beni terreni. Dante li pone nelle ultime cornici del Purgatorio, dove i sette peccati capitali si purificano con pena contraria alla natura del loro male. Così i crapuloni non possono che consumarsi e "morire" di fame davanti a cibo e bevande (gente che "in fame e 'n sete qui si rifà santa").

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