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Mario Donizetti
"I Vizi Capitali - Dialogo Teatrale"
Mario Donizetti 

AVARIZIA

I Voce (Dotto)  - Così perché sia fatto un argine alla libertà lussuriosa, saggezza insegna prudenza.

Nella religiosa legge della nostra storia noi rinneghiamo lo spreco lussurioso della natura e opponiamo alla libertà la misura della parsimonia.

Questa eleva la nostra statura poiché nella rinuncia noi vediamo la garanzia del futuro benessere.

Nell'astinenza e nel digiuno vediamo la limitazione dell'arbitrio.

II Voce (Satiro) - Via dunque da noi l'eccesso. Viva la nuova misura.

Così nell'orgia del risparmio vivrà lussureggiante l'avarizia.

I Voce - Questo è possibile maledetto tarlo perché è impossibile segnare un limite al risparmio.

II Voce - E allo spreco. Perché la via di mezzo non c'è.

Noi nell'elevare liberamente allo scopo la moderazione dell'abbondanza, portiamo la moderazione alla sua abbondanza cadendo nella miseria dell'avarizia.

I Voce - La libertà degrada qualche volta.

II Voce - Ed è certamente vero che la parsimonia è madre dell'avarizia perché sempre e poi sempre succede che questa rinneghi la madre facendola apparire imperfetta.

I Voce - Infatti la parsimonia degli altri ci appare come avarizia, ci appare come parsimonia abbondante, che non è altro che avarizia ovvero parsimonia imperfetta.

II Voce - Ma è anche vero che l'avaro nasconde la sua avarizia facendola credere parsimonia.

Infatti dove sarà quel parsimonioso che ammetta d'essersi degradato nell'avarizia.

Ogni avaro pensa che senza la sua misurata parsimonia il mondo andrebbe in rovina.

Nessun avaro crede che quel che non mangia per avarizia si trasforma nel più fetido sterco pur senza passare dallo stomaco. L'avaro risparmia per impoverire. Conserva per imputridire. Pensando al futuro agonizza nel passato.

I Voce - E chi allora dalla parsimonia non cadrà nell'avarizia sarà santificato.

II Voce - Ma la Legge è comunque incompleta, infatti non fissa il limite del nostro risparmio né il limite che separa l'indigenza colpevole da quella incolpevole.

La legge sa che il piccolo avaro è reso indigente dall'avarizia di un grande avaro e ciò che è molto per il primo è poco per il secondo.

La legge sa che il debole verrà sfruttato da un altro meno debole, ma dato che il più debole, ossia l'ultimo dei deboli è uno solo, tutti gli altri sono sfruttatori.

I Voce - Secondo la tua rivoltosa pazzia tutti siamo umiliati dalla parsimonia degli altri.

II Voce - Anche chi è più povero di noi ci umilia con la sua parsimonia perché umilia chi è più povero di lui.

La parsimonia di chi è povero è vera avarizia per chi è ancora più povero.

I Voce - Parsimonia e avarizia sono dunque lo stesso.

II Voce - Sì per interazione. Perché la vita di ognuno si svolge in disparità.

Siamo tutti avari meno l'ultimo degli indigenti, come ti ho detto.

Questi non potendo umiliare uno più povero di lui è costretto a non essere avaro, ed essendo costretto è avaro come gli altri.

La condanna dell'avarizia è una ipocrisia della legge.

Per salvare l'anima all'avaro la legge finge che sia parsimonioso ma così, in questo modo, come è salvata l'anima all'avaro, in realtà è già dannata.

I Voce - Per essere tutti salvi allora dovremmo essere tutti indigenti.

II Voce - A tutti indigenza o ricchezza. Quel che conta è la parità.

I Voce - Ma se tutto fosse pari e le parti identiche fra loro, se non ci fosse il destro né il sinistro né l'alto né il basso, il ricco e il povero, il mondo non ci sarebbe. Solamente le differenze fanno il mondo.

II Voce - Non volare troppo alto altrimenti le ali al sole si sciolgono. Tu caschi giù, ti rompi l'osso del collo e solo allora il mondo perde le sue differenze.

L'avarizia nascosta e benedetta come parsimonia è dannata a causa della sua salvezza.

I Voce - Certo, l'avarizia truccata da parsimonia è la peggiore e l'avaro con quel trucco è il peggior nemico degli uomini e il miglior dannato.

II Voce - Tu osservalo: l'avaro benedetto, ossia il perfetto dannato, ha un certo aspetto perché nel possedere è posseduto. Si lava continuamente ma sempre più si sporca perché è nello sporco che l'avaro si pulisce.

Il muscolo massetere dell'avaro perfetto è duro e sporgente come se masticasse un sasso. L'occhio impaurito e il labbro tirato. Il pallore verde chiaro dovuto ad una dolenzia continua del ventre lo fa meditare, ma non più di tanto.

L'avaro perfetto è un colitico cronico, gli spasmi intestinali e le frequenti deiezioni gli procurano una sete inestinguibile ma non può bere, altrimenti il pallore diventa mortale. Trangugia una immaginaria bevanda, sicuramente gialla oro zecchino. Vive da povero e muore ricco e però la sua ricchezza non gli consente un funerale onorevole perché gli eredi solitamente apprezzano la lezione del maestro. Ai funerali l'unica dovizia è l'ira perché l'avarizia semina diffidenza e rancore in vita e uno scoppio di odio liberatorio alla morte dell'avaro.

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