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Mario Donizetti
"I Vizi Capitali - Dialogo Teatrale"
Mario Donizetti 

INVIDIA

I Voce (Dotto) - Alla fine è pagato, perché se si dovesse pagare in anticipo nessuno di noi sarebbe vivo. Ogni vizio è pagato alla fine.

Ed è per questo che i vizi sembrano belli perché al momento sono consumati senza pagamento. Noi negli altri vedendo goduria senza costo diamo nascimento e facciamo crescere invidia.

II Voce (Satiro) - Il Padrone ci fa credito e rimanda il pagamento perché spera nella conversione che per la verità sempre arriva in tempo anche se all'ultimo minuto, ma lì per lì noi quando riceviamo generosa larghezza siamo, a causa di quella, mossi da invidia. Quanto più è generoso il credito tanto più ci sentiamo umiliati dal debito. Se poi il debito è contratto in moneta e il padrone è un tuo simile: invidia alimenta odio.

Chi aiuta, esercita la sua potenza ed evidenzia la debolezza di chi è soccorso. Così chi riceve non dà, salvo rancore.

I Voce - Rifiutare l'aiuto richiesto offende meno che elargire elemosina in abbondanza.

Questa soddisfa il bisogno contingente ma estingue la personalità per sempre.

II Voce - Ed è così che invidia trova nutrimento, ma anche la mancata elemosina alimenta invidia.

I Voce - Il processo è circolare: dall'invidia all'invidia per causa di solitaria povertà. Ma il cerchio qualche volta si spezza. L'invidia che per natura è passiva diventa attiva nell'emulazione.

II Voce - L'invidia allora è vinta dalla sua stessa natura e cambia faccia diventando positiva ma quasi sempre l'invidioso non emula ma calunnia e nasconde il valore dell'invidiato e lo minimizza.

Le due facce dell'invidia voi le vedete in platea. Se vedete uno mal rasato, smilzo e pallido; sguardo trasversale; mani in tasca; aria ascetica; state certi, quello è invidioso passivo.

Vedete quello robusto ma sempre verde di pelle? Si sprofonda nell'ossequio, vanta quelli che valgono soprattutto se non fanno il suo commercio.

Aiuta i giovani nella loro crescita perché domani non siano concorrenti.

Un vero filantropo, a condizione che si metta una targa lui vivente, che lo incensi legalmente.

Alla fine dello spettacolo il primo mena la testa da sinistra a destra, il secondo dall'alto al basso. Tutti e due con profonda considerazione.

Tutti gli altri battono le mani, loro i piedi perché hanno fretta di sottrarsi alla gloria degli attori che per compiacenza ringraziano tutti sia i passivi che gli attivi toccati dalla disgrazia dell'invidia.

Al ristorante dopo teatro, il primo ha un trangugio lento il secondo immediato ma per entrambi l'effetto è la fame continua. Avaro il primo. Liberale il secondo. Uno si nasconde l'altro si ostenta. Muto quello, ciarliero questo.

Entrambi pensano che la loro scarsa salute è dovuta alla loro probità. Ma se potesse l'invidioso toglierebbe di bocca agli altri il boccone masticato.

L'invidioso magro invidia il grasso e il grasso il magro.

L'invidioso vorrebbe per sé anche il godimento sessuale degli altri. Ma invidiando il piacere del coniuge e nel volerlo solo per sé lo aliena al coniuge e così il piacere perduto dal coniuge è perduto anche per sé.

Così l'amore fa violenza per invidia.

L'invidioso vorrebbe per strada tutti senza mutande, ma così nudi li invidierebbe lo stesso per il coraggio della loro nudità e crederebbe il suo ignobile sentimento un disinteressato apprezzamento della forza morale degli altri.

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