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Mario Donizetti
"Fede e bellezza, verità e ragione, ragione e passione"
Silvana Milesi 

"Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia... Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere?... Chi oggi è re domani morirà... Principio della superbia infatti è il peccato". Così si legge nei libri della Sapienza (Sir 10,7-9-10-13).

Solo il primo dei sette vizi capitali può dirsi veramente capitale: il peccato dei nostri progenitori, la rovina di chi volle edificare una torre che giungesse al cielo. Dalla superbia discendono presunzione, ambizione, arroganza, egocentrismo, i grandi mali di questo e di ogni tempo.

Con il volto della Superbia si è voluto dunque aprire il libro. Volto bellissimo perché "lo splendore dello stile non è un lusso ma una necessità" anche quando il contenuto abbia di per sé un alto significato. E Donizetti riesce ad esprimere nel solo sguardo l'essenza del superbo, di colui che considera gli altri come essere inferiori, incapaci di perseguire fini degni di attenzione generale come i suoi.

Giunti alla fine di questo secolo esausto dalle sue stesse enormi possibilità, Mario Donizetti ripropone il tema dei "Vizi Capitali", antico e sempre attuale come sempre attuali sono le contraddizioni dell'esistenza sospesa tra vizio e virtù, colpa e riscatto, ragione e passione.

Ancora l'arte si interroga sui vizi capitali che assumono forme diverse in una umanità protesa alla rincorsa del benessere ad ogni costo, di una felicità che si cerca e si perde nel groviglio oscuro delle sue passioni.

Mario Donizetti medita con la pittura sul destino dell'uomo rappresentando ad uno ad uno i sette vizi capitali nel loro compiersi, al contrario di Dante che, nelle sette cornici del Purgatorio, ne rappresenta la purificazione con sofferenza contraria al vizio (la pena del contrappasso).

Ragione e passione in serrato dialogo si combattono anche nel testo di Mario Donizetti, l'una difendendo, l'altra esecrando or questo or quel vizio. Ognuna espone le proprie ragioni con tale estrema lucidità da trarre di volta in volta a sé il consenso del lettore, il quale, alla fine, si interroga se possa esistere una via dell'amore giusto e misurato, vale a dire l'amore del Paradiso dantesco, per comprendere il quale è prima indispensabile uscire dalla nostra moderna "selva oscura" di una civiltà minacciata di morte dal suo stesso progredire.

E mentre con agio e sicurezza passa da un vizio all'altro come continuando uno stesso racconto, non solo Donizetti non lascia minimamente trasparire l'immane fatica di così vasto lavoro, ma sembra volersi (e volerci) ricordare che "ci salverà la bellezza". "Bisogna elevarsi di bellezza in bellezza fino alla Bellezza suprema", si legge nel "Convito" di Platone. Ma l'uomo di questo secolo sembra temere la bellezza più della stessa morte(1), o, più probabilmente, non è abbastanza forte per sopportare la bellezza, perché accettarla è sempre accettare "una fine del vecchio uomo e una difficile nuova vita". La Bellezza, scrive Cristina Campo, è virtù teologale, "la quarta, la segreta, quella che fluisce dall'una all'altra delle tre palesi. Ciò è evidente nel rito, dove Fede, Speranza e Carità, sono ininterrottamente intessute e significate dalla Bellezza"(2).

Come il letterato e critico inglese John Ruskin(3), Donizetti, attraverso i suoi scritti teoretici, diviene l'apostolo di una religione della bellezza basata su un profondo senso morale del bello equivalente con il vero. Sulla bellezza (che Dio chiama "buona") egli ha scritto libri di riflessione estetica e morale(4), inserendosi con voce forte nel dibattito moderno sull'arte. Donizetti confuta le teorie di Kant che sarebbero all'origine dell'informale, effetto, e forse in parte causa, dell'informe degrado estetico e culturale dell'ambiente in cui viviamo, così distrutto perché ha distrutto il rapporto positivo con il passato, con i suoi significati più profondi e molteplici in cui radicare la modernità e le prospettive della stessa convivenza civile sulla Terra, "l'aiola che ci fa tanto feroci".

Vi salverà la bellezza. Anche questo è argomento antichissimo. Così ne scriveva cinque secoli fa il pittore incisore Albrecht Dürer: "Di molti e diversi particolari hanno bisogno invece gli uomini, che vanno in cerca della bellezza in diversi modi e che ottengono il risultato di raffigurare piuttosto la bruttezza in ogni parte. Ed io in questi nostri tanti errori non trovo il modo di dimostrare quale sia la vera bellezza perfetta, sebbene null'altro desideri di più che eliminare l'imperfezione e la bruttezza dalle opere dei contemporanei. Tuttavia mi adoprerò con ogni studio e diligenza per essere di aiuto agli uomini per quanto posso, almeno a coloro che non seguono deliberatamente per partito preso l'imperfezione e la bruttezza"(5).

Ecco la bellezza nei dipinti di Donizetti, nei suoi disegni, nei suoi scritti, nella sua vita, nelle tecniche dell'arte, nella tradizione dei grandi artisti del passato.

Ecco tutta la morbida leggerezza di una pittura a pastello fatta quasi lievitare dal vapore necessario a fissarla e vellutarla. Una tecnica nuova (quella usata per i Vizi) che dal pastello ottiene la lucentezza, il risalto e la vivezza di colore che ammiriamo negli oli e nelle tempere a tuorlo d'uovo di Donizetti. Cieli azzurri e blu di toni mai visti, quasi innaturalmente luminosi ("dolce color d'orïental zaffiro"); carni d'un roseo avorio vellutato, tutto sensualità quando il vizio è quello della Lussuria e della Gola, ma anche dell'Invidia e dell'Accidia.

Superbia, Avarizia e Ira sono invece prosciugate e consunte dalla loro stessa brama. Toni blu-violacei per l'Ira che acceca, toni lividi per le mani adunche dell'Avarizia, il vizio peggiore, l'avidità, la lupa che manda in rovina e affama il mondo, che corrompe la vita familiare, civile e politica, e persino la stessa chiesa. Colori freddi per la fredda Superbia, di se stessa così presa d'amore da credersi superiore fino al disprezzo degli altri ridotti a manichini ai suoi piedi.

Raffinatissimo il gioco dei rimandi di colore e di significato. Certo non basta un solo sguardo a coglierli tutti. Brilla la luce della poesia, ma anche della freddezza razionale. Scene dominate da grandi superfici di colore in cui i nudi corpi femminili si distendono o campeggiano, in morbide flessuosità e in impeti violenti, secondo il vizio che incarnano. Corpi femminili perché al femminile è pronunciato il nome dei vizi capitali.

Pittura tesa e attenta. Tesa nello sforzo di penetrare la realtà dell'uomo. Attenta affinché possa giungere là dove non giunge la parola, cercando verità e ragione.

Lo sguardo è distaccato come deve essere per l'artista che si spoglia della immediatezza soggettiva e tramuta la sua personale esperienza nella intuizione universale in cui ogni uomo può riconoscersi. Donizetti cerca l'essenza del vizio e ce la mostra nella bellezza severa della sua arte, ma non come il predicatore di corte di La Bruyère, il quale "esprime in immagini così felici certi traviamenti, ricorre a così preziosi dettagli, attribuisce tanto spirito, tanta eleganza e raffinatezza a chi pecca, che, se non mi viene voglia di assomigliare ai ritratti che dipinge, ho almeno bisogno di un apostolo, che, con stile più cristiano, mi renda repellenti i vizi di cui mi è stata fatta una così allettante descrizione"(6).

Nella bellezza della sua pittura Donizetti riesce, non si sa quanto intenzionalmente, ad essere l'apostolo piuttosto che il predicatore di alta eloquenza, o più semplicemente ad essere l'uomo moderno teso a quella consapevolezza che esige di entrare in se stessi, "quando cala la sera e un altro millennio muore", avendo ben chiara la visione del mondo e degli uomini che con noi lo abitano.

Visione assorta, dunque, senza sorriso, né biasimo. Estremo impegno di lucida fermezza e quasi olimpica eleganza formale, in cui tuttavia traspare una temperie di inquietudine e talvolta d'apocalisse. Cosa altro è quello scheletro ai piedi dell'Avarizia se non l'estremo relitto fino a lei sospinto (perché finalmente "veda") dal mare immenso della povertà che ogni giorno divora migliaia e migliaia di bambini scheletriti dal ventre gonfio?

Grandi sono gli interrogativi ai quali non si danno risposte. Anzi, non vengono nemmeno posti, o non vengono più posti.

L'uomo, l'amore, la religione, Dio. "Che so di Dio e del fine della vita?", si chiedeva il filosofo Ludwig Wittgenstein, ingegnere aeronautico, figlio di un industriale viennese dell'acciaio. Ne scrisse un Trattato logico-filosofico: "Io so che questo mondo è. Che in esso è problematico qualcosa, che chiamiamo il suo senso. Che questo senso non risiede in esso, ma fuori di esso. Che la vita è il mondo. Che la mia volontà compenetra il mondo. Che la mia volontà è buona o è cattiva. Che, dunque, bene e male ineriscono in qualche modo al senso del mondo. Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E collegare a ciò la similitudine di Dio quale padre. Pregare è pensare al senso della vita"(7). E Novalis scriveva che "noi siamo legati all'invisibile più strettamente che al visibile... Ciò che per i filosofi è la ragione, per i poeti in senso stretto è la fede. L'intera nostra vita è culto religioso"(8). Ma l'uomo moderno, nella sua arroganza intellettuale e tecnologica, va sempre più perdendo il senso religioso della vita e con esso il senso della virtù, delle virtù teologali e cardinali, Fede, Speranza, Carità, Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

Forse Donizetti farebbe bene a dedicarvi un ciclo pittorico, prima che di esse se ne perda memoria, insieme al senso religioso della vita. Perdita irreparabile "perché - scrive persino Croce - senza religiosità, cioè senza poesia, senza eroismo, senza coscienza dell'universale, senza armonia, nessuna società vivrebbe"(9). Una coscienza dell'universale e dell'armonia del mondo che fa dire allo scienziato moderno della relatività: "La mia religione consiste in una umile ammirazione dello spirito superiore e infinito, il quale si rivela nei dettagli minimi che riusciamo a percepire con le nostre menti fragili e deboli. Ecco la mia idea di Dio, la convinzione profondamente emotiva della presenza di una razionalità suprema che si rivela nell'universo incomprensibile... Funzione principale dell'arte e della scienza è di risvegliare questo sentimento [religioso cosmico] e di tenerlo vivo in chi lo sa accogliere"(10).

Ecco dunque ben chiaro che la teoria della relatività non solo non sopprime l'assoluto, ma al contrario si fonda sempre su un assoluto posto nel mondo esterno. Secondo il fisico Planck, lo scopritore dei "quanti", "nello studio di ogni fenomeno naturale... non facciamo altro che cercare dietro il dipendente l'indipendente, dietro il relativo l'assoluto, dietro il transitorio il perenne... non solo nel campo del sapere, ma anche in quello del buono e del bello"(11).

"Nella visione emergente della nuova fisica - sostiene Ervin Laszo - non esiste la materia assoluta, ma solo un assoluto campo energetico virtuale che genera materia... L'Universo somiglia più a un organismo vivente che a una roccia muta... Noi siamo parte di questo processo evolutivo, della cattedrale in perenne costruzione della Natura". Da ciò deriva una nuova etica, una maggiore responsabilità per l'uomo e soprattutto per l'arte "onnipresente nella società"(12).

Mario Donizetti sente, in modo anche tormentato e problematico, questi molteplici compiti dell'arte. La scelta dei Vizi capitali non è, né può essere, una scelta casuale o solo estetica. Cercare di coglierne il significato profondo non è facile. Non sembri dunque eccessivo al lettore il soccorso richiesto ad autorevoli pensatori con i quali potrà trovarsi o non trovarsi d'accordo, come del resto lo stesso Donizetti, ma con i quali non è inutile il confronto.

È importante che almeno le domande si pongano, "l'essenziale è sapere che si ha fame"(13). "C'è una sola arte, di cui ogni uomo dovrebbbe essere maestro, l'arte della riflessione. Se non sei un uomo pensante, a che ti serve di essere uomo?"(14).


NOTE:

  • (1) "Ma è vero, essi la temono più che la morte, la bellezza è temuta più di quanto essi temano la morte" (William Carlos Williams, 1883-1963)
  • (2) Cristina Campo, 1923-1977, Sotto Falso nome, Biblioteca Adelphi 352, 1998
  • (3) John Ruskin, 1819-1900, Pittori moderni (1843-60) a cura di G. Leoni, Einaudi, Torino 1998
  • (4) Mario Donizetti, Perché figurativo (1992); Razionalità delle Fede e della Bellezza (1995); Lettera a Parmenide (1996); Lettera a Platone (1997); Argomenti di Estetica (1999), Corponove, Bergamo
  • (5) Albrecht Dürer, 1471-1528, Quattro libri sulle proporzioni dell'uomo, Venezia 1591
  • (6) Jean de La Bruyère, 1645-1696, Caractères, Einaudi, Torino, 1981
  • (7) Ludwig Wittgenstein, 1889-1951, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1990
  • (8) Novalis [Friedrich Leopold von Hardenberg], 1772-1801, in "Grande Antologia Filosofica", vol. XVII, Il pensiero moderno, Marzorati, Milano 1968
  • (9) Benedetto Croce, 1866-1952, Frammenti di etica, Laterza, Bari 1922
  • (10) Albert Einstein, 1879-1955, Pensieri di un uomo curioso, Mondadori, Milano 1997
  • (11) Max Planck, 1858-1947, La conoscenza del mondo fisico, Bollati Boringhieri, Torino 1993
  • (12) Ervin Laszo, L'Uomo e l'Universo: alla ricerca di una nuova visione, Di Rienzo Editore, 1998
  • (13) Simone Weil, 1909-1943, L'amore di Dio, Borla, Roma 1979
  • (14) Samuel Taylor Coleridge, 1772-1834, Aiuti alla riflessione, in "Grande Antologia Filosofica", vol. XIX, Il pensiero moderno, Marzorati, Milano 1973

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