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Antonella Lucarella Masetti Il Nero: luce, materia ovvero luogo, spazio Roberto Sanesi
 

Credo si debba, ragionevolmente, partire dal nero, dalle sue qualità (fisiche, simboliche), malgrado l'incertezza, per il momento, che si tratti di luce o di materia - ovvero luogo, spazio: teatro; comunque elemento indispensabile all'apparizione. Ma per una percezione, e definizione, del significato più sottile, magari ancora ambiguo, di un'immagine; quello più resistente ai primi effetti (emotivi, spesso provvisori), che altrimenti sarebbe perfino troppo ovvio attribuire a un semplice artificio. Perché il nero, forzando i confini, intensifica ingannevolmente. Può conferire "mistero" a uno spazio indifferentemente vuoto, o pieno, abile com'è a dissimulare entrambe le condizioni, mentre la sua verità, se così si può dire, si dimostra soltanto nell'analogia: fra sé e ciò che vi appare, e fra le componenti dell'apparizione. Il nero si giustifica nella funzione certa della luce. è sempre questa a renderlo legittimo, confermando oltre la superficie la sua esatta relazione con le forme che sembra produrre, e che diversamente ne sarebbero assorbite. Il nero è "necessario" a quelle forme solo facendone parte.

E dunque si dovrà constatare, subito, che il nero della pittura di Antonella Masetti Lucarella non è un fondale. Nemmeno quando al suo interno, in certi trittici talvolta anche troppo ritagliati, bloccati, un sipario indica esplicitamente l'intenzione di rivelare il gioco falso-vero del teatro. Con il rischio di attenuare, in qualche caso, la valenza enigmatica dei ricorrenti piccoli tumuli o golgota d'alberi scarni che la Masetti Lucarella dispone in sequenza - emblemi frammentari più o meno consapevolmente evocati di un'energia vitale, riflessioni indirette su un processo formativo che è essenziale alla comprensione delle immagini, delle motivazioni complessive i questa pittura. Le stesse motivazioni che altrove si configurano, con più immediata evidenza, nei nudi femminili. Quelle parvenze sulle quali più volentieri si era soffermato Flavio Caroli in un suo testo del 1995 sottolineando una sostanza di Seduzione minuziosamente descritta. Che ora, nelle opere più recenti, si scioglie per diffondersi oltre i limiti di un corpo - quasi che l'eros fosse, oltre che nella propria figura, nello sguardo che l'osserva, e di cui il nero si fa mediatore, come tenendo in sospeso l'effetto, a volte invadendo un profilo, altre volte lasciando a contrasto che si precisi in una luce livida.

Gli occhi dei personaggi della Masetti Lucarella sono fermi, o chiusi. Non privi di espressione: estatici, rivolgono lo sguardo all'interno. E dove siano chiusi, è perché sono in ascolto. Come nel caso ricorrente dei violinisti, testimonianza di una interiorizzazione del tema. E di un avvio al quadro come spartito musicale. Cosa che un solido nudo femminile del 1997 sembrerebbe contraddire, e che invece conferma per assenza dell'espressività di un volto, per la sua cieca solidità.

In genere, e soprattutto in prove precedenti, l'eventuale sensualità è trattenuta, se non negata, dalla severa linearità dei tratti, dalla quasi totale mancanza di elementi aggiuntivi, decorativi: niente bijoux sonores, per esempio, alla maniera di Baudelaire, malgrado il sospetto di qualche lieve perversità. è l'allontanamento (il nero che assorbe, e nello stesso tempo riverbera) ad approfondire misteriosamente. Una fermezza delle immagini che si avvaleva talvolta di tratti incisivi e impietosi, forse con un ricordo di Schiele o meglio ancora di Hans Baldung Grien, ma compostamente, senza compiacimenti di dramma, per segnalare un passaggio del tempo, lasciando implicita la sua avversità alla bellezza - quasi ignorando, insomma, ogni gestualità espressiva. Se non quella che ora, in modo più scoperto, e comunque diverso, si può intravedere nella dispersione dei frammenti, mani, occhi, profili interrotti, volti sfumati, un seno, un pube: appunti, citazioni, come su fogli di qualche codice ritrovato, e il tutto dato per trasparenza, per consunzione, nella maestria di un disegno amorevolmente tracciato, esatto e tenero. Un disegno che riafferma non solo tecnicamente una nostalgia del corpo, che riaffiora, o forse sta per scomparire, ma che non intende rinunciare alla propria testimonianza.

E poiché si dovrà dire del senso che assumono in questo nuovo congegno delle figure della Masetti Lucarella i segni della scrittura, leggibili o non leggibili, a parte la loro funzione di rendere ancora più sensibile la materia pittorica, non è possibile considerare casuale che il contesto espressivo si avvalga - in un esempio almeno - di alcuni versi di un poeta come Whitman. Quale che sia il testo, si intuisce subito che non può esserci scarto tra segni e figure, e che queste scansioni dello spazio indicano una ricerca e celebrazione del corpo, una fisicità che si apre alla metafora. Non sono gli enunciati (visibili, leggibili) ad avere il sopravvento - quando la parola è isolata e evidente il concetto rischia di limitarsi a didascalia; è la strategia dei segni della scrittura nella loro complessità a connotare lo spazio: interferenza con i segni del disegno, parificazione espressiva, sostanza indifferenziata in cui il dato immediato di riconoscibilità gioca continuamente di rimando. Il segno diventa un mediatore come lo era stato il nero (anche del nero restano qua e là frammenti, o meglio: legamenti), e però superando le distinzioni vuoto-pieno, interno-esterno.

Anche il colore vi contribuisce; accentua, sfuma, impreziosisce, entra a far parte di quel sistema di ambiguità che caratterizza il chiaro-scuro in tutte le sue possibili accezioni - da cui le indicazioni molteplici e felicemente sfuggenti, e perciò suggestive, rese da questa pittura.

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