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Francesco Parimbelli La sostanza dell'apparenza Fernando Noris presentazione, agosto 2004 (Bergamo)

Nei frammenti d'istante che la realtà impiega ad attraversare il tempo, la conoscenza dell'uomo si gioca tutte le risorse e tutte le illusioni di cui è stata dotata. A volte avida nel poter cogliere molto di quanto le si offre, a volte attonita e impotente ai bordi del gorgo del frenetico scorrere del tutto. Alle scienze e all'arte è stato storicamente delegato il compito di fornire all'umanità gli strumenti per un contatto, per una misurazione, se non anche per un possesso, pur precario e fuggevole.

Da questo punto di vista il disegno è stato spesso interpretato come l'attività che maggiormente si presta a una indagine meticolosa di fenomeni e di persone, comune com'è sia ai procedimenti scientifici sia a quelli artistici. Il rischio insito in molti risultati illusori, che ne sono derivati, è la tautologia del non affermare nulla replicando la natura "così com'è" (che bisogno ci sarebbe di osservarla clonata, quando l'abbiamo a disposizione dal vivo?) o il senso di onnipotenza del credere d'aver posseduto tutto; atteggiamenti entrambi risolti, spesso e non a caso, in un vorace e sterile consumo. Su questo dilemma sta riflettendo, ci pare, con la sua opera, Francesco Parimbelli, che ha assunto il corpo umano, anzi frequentemente il solo volto, come campo di indagine e di riflessione.

"Il segreto dell'uomo - aveva scritto Mario De Micheli discorrendo su Maurizio Bonfanti - della sua identità, del suo organismo e della sua fisicità, è tutt'ora un mistero: quanti interrogativi rimangono aperti. (...) È il paesaggio dell'anima, che soltanto nel corpo può dunque segnalare ciò che rimane nascosto ai nostri occhi".

La lentezza del procedimento del disegno, l'indugio dell'osservazione, il pudore dell'approccio al soggetto, la progressiva rarefazione degli elementi forniscono consistenza alle immagini che l'artista da anni va silenziosamente realizzando. Il tratto di matite e carboncini è di tutta sapienza: lieve, addomesticato, sobrio. I bianchi degli intervalli, tra segno e segno, definiscono intensità e distanza delle ombre, generano sottili volumi, marcano espressioni sospese, non di rado malinconiche, sempre accese di interiorità. Si avverte quasi sempre il timore di invadere la sfera dell'insondabile e allora si constata che il gesto si trattiene quel tanto che è necessario perché ciò non accada.

L'esemplarità simbolica di ogni espressione è rispettata per quella unicità che la rende irripetibile e mai uguale a se stessa, pur nello scorrere degli istanti di posa. È per questo forse che Parimbelli ritorna spesso sul medesimo soggetto, riprendendolo, accarezzandolo, rassicurandolo, ma in definitiva lasciandosi leggere dalle istanze che gli pone.

Volti giovani in attesa di futuro, volti anziani carichi di anni e di memorie e sempre più immagini non del "vero", ma di come quei soggetti vengono interpretati da chi li ritrae. È per questo che in alcune delle ultime opere (Figura di donna anziana seduta, in due redazioni, Donna anziana che legge) l'elemento segnico va dissolvendosi in favore di una soluzione di rarefatta luminosità. Affiorante da un pulviscolo di luci fortemente materiche, la figura si erge con tutto l'impatto emotivo e conoscitivo di una evocazione intensissima. E si regge sull'impalcatura di una abilità nuova e mimetica, che tenderebbe a celarsi, più che a imporsi all'attenzione: disegno come supporto di continue metamorfosi e come gesto dell'immaginazione.

La lezione di Mario Donizetti sopravvive nelle pieghe di una responsabilità attenta e irrinunciabile nei confronti del dato di esperienza, ma il recente cammino di Parimbelli sembra più interessato a una necessità espressiva di dissolvimento del proprio vedere, per amore di integrità del lieve scorrere dell'esistenza, dei suoi sottintesi, dei suoi silenzi, delle sue attese, dei suoi minimi scarti d'umore.

Anche il colore si mette al servizio di questo progetto, lasciando convivere la compattezza delle superfici, levigate di oli e di tempere, con quella più fratta e sfilacciata delle rarefazioni di carboncini, terre e acquerelli. Le astuzie della pittura, abile e saggia, vengono abbandonate in favore di una peregrinazione condotta sul filo di sfumature, che inevitabilmente approdano a contenuti d'un immaginario discreto e psicologicamente più sensibile.

È soprattutto la luce, in tutto ciò, ad assumere un virgiliano ruolo di accompagna-mento, dalla visione del reale alla sua traduzione in simbolo, fino a una essenziale sublimazione, che dona alle opere eseguite una lenta e lunghissima perduranza, inconsumabile.

Si può allora constatare come Francesco Parimbelli stia allestendo una sua progressiva sintesi dinamica, fatta di semplificazioni e di trasparenze. Ed è questa scelta che gli consente di entrare, con una consapevolezza d'origine classica, nel sottile labirinto della conoscenza, con il pudore del neofita e la passione dell'innamorato.

Solo così il suo tempo e quello che vivono le sue raffigurazioni non gli ritorna involuto, frustrato o imbarazzato: continua a brillare limpido nella sua indipendenza mentre, nel fermo immagine di ogni singola opera, lascia, per l'artista e per noi, il fuggevole deposito d'una testimonianza che non può che rinviare a nostalgie di assoluto.

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