Artisti » Carlo Previtali » Testi e Pubblicazioni
 
indietro
Carlo Previtali
"Sculture"
Orietta Pinessi Ottobre 2000

È quella "Grottesca" (ceramica terzo fuoco e platino) così lucente e preziosa e, al tempo stesso, così inquietante e raccapricciante che ci introduce, ambiguamente, nel personalissimo mondo di Carlo Previtali.

Previtali concepisce l'opera come un oggetto magico, come un canto sirenico che trae a sé tutto quello che serve alla riuscita dell'inganno "rapitore". Qui sembra un paradiso... ma si trama l'inganno. Inganno che nel mito è una struttura retorica definita, un modo di funzionare della società degli dei nei loro rapporti reciproci e nei loro rapporti con gli uomini. La Medusa ammalia, seduce, incanta, ma pietrifica chi la guarda.

Il mondo creato da Previtali conserva le apparenze dell'antichità, ma pullula di modernità, perché anche per l'artista è impossibile spogliarsi del tutto dei propri abiti e indossare quelli dell'indefinito. E in questa impossibilità, in questa limitazione stanno i caratteri delle "differenze" che distinguono gli individui, e ancor più gli artisti, dal grande mare delle analogie. Nella differenza ha origine la singolarità dell'opera, la sua originalità, anche quando tratta di un tema già ampiamente trattato. Ma ogni volta è un'altra volta, un'altra espressione di volontà, un'altra immagine. Anzi il cammino iconografico di un mito ci può accompagnare nelle tappe delle modifiche dell'arte, al modo dell'arte di rapportarsi al proprio tempo, di trarne gli umori, le passioni, le volizioni.

Carlo Previtali costruisce il suo mito con pezzi della sua storia personale e del suo immaginario ed il mito si plasma così ad immagine e somiglianza dell'artista, che, in esso, proietta il proprio modo di vivere e di sentire. Ne nascono immagini forti, alimentate da un possente richiamo a radici popolari; ogni volto, ogni figura, presa in sé è compiuta, eppure essa rimanda a una teoria compositiva di corpi scolpiti come nei dolorosi "calvaires" che ancora si trovano dinanzi alle chiese di Bretagna.

E non è il realismo a stabilire la corrispondenza, che pure c'è, tra immagini tra loro spesso così diverse, al contrario è l'elemento emblematico che si ricava dalle espressioni dei volti a costituire il valore ideale e tipico, sottratto all'esperienza vissuta e agli autentici personaggi di una "comédie humaine " che sempre si reitera. Del resto il problema posto è anzitutto morale: in Previtali, uomo "solare", ma tutt'altro che cieco non c'è crisi soltanto, ma coscienza della crisi, ecco perché si potrebbe parlare di poesia della perplessità, per quel suo modo di guardare il mondo, quel mondo pieno di paradossi, regno della grigia moderazione e della pusillanime circospezione in cui noi viviamo, con gli occhi di un bambino.

Di due mondi di fronte, il suo e quello in cui crede e il rovescio del suo, un mondo senza cultura, senza gusto per le belle arti senza freni inibitori e morali, ma furbo, spericolato e brutale, egli soppesa quotidianamente le vicende. Ne deriva uno strano, buffo, mondo immaginario popolato da strani personaggi, spesso teste senza più corpo, malinconiche brutture, dalla figurazione inconsueta e anomala addirittura provocatoria nella sua qualità sfacciatamente sincera e perciò anacronistica. La realtà è molto, molto più assurda di un romanzo e queste altro non sono che le buffe e stralunate raffigurazioni simboliche della realtà, dove, al posto degli uomini, ci sono fauni e bacchi che noia e benessere hanno appesantito o ninfe, dei e semidei su cui il tempo non è passato invano. Siamo dinanzi a un chiaro meccanismo di trasferimento che materializzando una singolare surrealtà denuncia lo spiazzamento del quotidiano, lo scambio dei ruoli e affida il linguaggio della scultura alla capacità di suggerirsi forza d'urto. Non è più tempo di eroi, gli eroi sono apparsi ormai inutili, fuori moda, scomodi; in un mondo di eroismi meschini misurati su apparizioni televisive e maratone calcistiche si è scelto di neutralizzarli... e Carlo Previtali con quella sua divertita ironia alla quale non è estranea una sottile critica sociale e di costume li riduce a personaggi grotteschi e smitizzati impoveriti e certo caricaturali. Eroi sì, ma poveri eroi quotidiani. La loro condizione intermedia e indefinita sollecita la curiosità dell'osservatore introducendolo a quella nota ironica e gioiosa che percorre tutta l'opera dell'artista. È questa, io credo, la sua cifra più affascinante. l'essere riuscito a trovare un lessico proprio e riconoscibile, totalmente attuale e, al tempo stesso, senza tempo.

Artista fuori dalle regole, fuori dalle combriccole, fuori dagli schemi, osserva la realtà per trasfigurarla e plasmarla come una sorta di stravagante commedia degli equivoci e, insieme come rappresentazione fedele della inguaribile e tragica solitudine umana. Nasce così un'opera ove convivono tristezza e felicità, malinconia e divertimento, espressioni liriche ed epiche, la spensieratezza dell'uomo e la sua tragedia.

Ma ciò che più conta è che queste rare doti di dolcezza e ironia, di gusto per il grottesco e la fantasticheria, di gioco e di serietà sono profondamente uniti in un solo, indissolubile, senso plastico. E proprio, mi si passi il termine, a far "venir fuori" con il gusto del divertissement e dello sberleffo, ma anche con uno stile raffinatissimo e altamente simbolico, questo senso plastico è tesa tutta l'arte di Carlo Previtali.

La materia diventa allora l'unico veicolo espressivo dell'urgenza creativa, perché solo in essa può vibrare il pensiero che si contrae e si espande nel suo darsi come forma.

Contro le strade più semplici e più concettuali, più mentali e più legate a moduli definiti, Carlo Previtali pone la questione della tutela della forma e come avvertendo la necessità di non tradire una lunga tradizione egli è di quelli che, ai procedimenti modulari, contrappongono l'individualità di ogni singola opera. Ha capito quanto l'arte moderna abbia perso i contatti col corpo e la materia e come, credendo di esonerarsi da tutti i condizionamenti, abbia tragicamente fatto tabula rasa del gioco, della favola, del mito. Così si è finito con l'alimentare solo il disincanto e l'apologia del fare tecnico e manipolativo... ma la strada è un'altra, quella che sa coltivare ancora la memoria e discendere nel profondo. Non è un caso se la poetica di Previtali appare animata e di continuo nutrita da una nostalgia fattuale spesso struggente che si intreccia con una ironia tanto composta e serena quanto lucida e decisa.

E lo sfondo "mitico" dell'opera non è un fatto di contenuti, riguarda piuttosto l'immanenza della forma.

Forma e mito, ossia stile e sorgente profonda dell'arte, sono tra loro circolarmente in tensione: la vera forma non viene da un calcolo astratto e metafisico, si insedia nella temporalità intrecciando il visibile con l'invisibile, il mito e l'"origine" con l'apparente.

Ecco perciò la scultura come luogo di supplenza, fucina di un ritorno ai miti originari della parola, della vista, dell'inganno, della verità. In essa si riflettono passioni e moralità e l'enfasi deformante che sempre caratterizza l'opera di Previtali ci parla di una condizione umana ancestrale, di una radicale inibizione alla pienezza armonica dell'essere, di aneliti sempre frustrati della forma.

Carlo Previtali predilige la plastica, la scultura cioè che si fa modellare fino all'ultimo, che si concede generosa agli eccessi dell'espressione. E il pulsare magmatico dell'energia vitale, l'osmosi e la trasformazione della forma porta a sculture che non sono mai neutre né statiche, ma inconsuete e inattese, si spezzano, gemmano, si deformano, partecipano di una realtà che ha del mistico e del meraviglioso, dove tutto è possibile e anche la materia ha un'anima.

Sono questi i "motivi" di una scultura che persuade fino in fondo solo quando si osservano i dettagli della esecuzione e li si mette in relazione con la visione d'insieme. Le superfici ora abrase, ora smeriglie si aprono alla luce con lentezza come invitando l'occhio a fermarsi più volte, tra ombre di vuoti e di pieni, fra marezzature e infiorescenze. Solo a questo punto, nel tempo lungo dell'osservazione si può apprezzare e comprendere il perché di figure accennate e come spezzate, di volti allungati e deformati, protratti, quasi, nello spazio.

In Carlo Previtali credo convivano due tendenze: la necessità di essere essenziale e diretto e la volontà, apparentemente antitetica, di parlare, spiegare, esprimere. Questa doppia anima si è sciolta, nel tempo, in una scultura che pare "spingere fuori" (che altro non è che l'etimo latino ex premo) la materia, modellata come se dovesse proiettarsi verso il fruitore e lambirlo proprio mentre i rapporti delle masse sembrano escogitare forme di una comunicatività ambigua, che attrae l'osservatore tenendolo prigioniero in una sorta di malia.

La terracotta è, per Previtali, la materia per eccellenza. Diverse sono le ragioni. Dal punto di vista tecnico la sua disponibilità infinita e impreventiva al "formare", dal punto di vista concettuale la sua assoluta neutralità, in termini sia di connotazione sensibile sia di connotazione storica. Non è materia né ricca né povera, né aulica né banale.

E la scultura che nasce è concreta, ma aderisce a uno statuto di fisicità prodotto dall'intelletto e dalla fantasia: è natura ripensata da mente umana, è forma, non cosa, ragiona dell'oggetto, ma non si fa oggetto. Così la materia, a imitazione non della natura, ma dei suoi processi, continua a levitare, a secernere umori, tumescenze, in una perenne e spettacolare metamorfosi in cui le intuizioni plastiche e simboliche si combinano in una lettura straordinariamente fluida e magnetica.

indietro